ERNIA DISCALE LOMBARE
Se è vero che il passare del tempo segna i nostri volti ed imbianca i nostri capelli, sottolineando cioè l'invecchiamento del nostro corpo, ciò è altrettanto vero per i nostri organi in generale e per la nostra colonna vertebrale nello specifico.
La colonna vertebrale, in particolare, è sottoposta all'usura del
tempo, o meglio agli effetti propri della sua funzione, che è quella di
asse portante del corpo (cioè di elemento atto ad assorbire i carichi
statici e dinamici) e di elemento di movimento.
Svariati sono i fattori che incidono su questo processo:
l'attività lavorativa; la postura; il peso corporeo; il movimento; l'assorbimento di carichi (Fig. 1, 2).
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| Fig. 1 |
Fig. 2 |
Il disco intervertebrale è l'attore principale di questa storia; costruito per assorbire i carichi che gravano sul rachide, esso è costituito da due parti, intimamente interconnesse tra loro: il nucleo polposo e l'anello fibroso (Fig. 1).
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| Fig. 1 |
Il primo,
posto centralmente, ha, in ragione delle caratteristiche chimiche del
materiale da cui è composto, un comportamento che si può assimilare a
quello di un fluido (ad esempio dell'acqua); esso è praticamente
incomprimibile. Tutte le forze di compressione che giungono al nucleo
polposo, sono quindi dallo stesso riflesse verso la sua superficie
esterna, cioè verso l'anello fibroso. Quest'ultimo, composto da strati
di fibre collagene, che si intersecano tra loro con un’angolazione di
circa 30°, è in grado di cedere in parte a forze di trazione ed assorbe
in tal modo i vettori di compressione dissipandoli. 
Tale
cedevolezza a forze di trazione rappresenta sia l’efficienza meccanica
sia la vulnerabilità dell’anulus; una tensione eccessiva sulla fibrilla
può rompere il legame fisico-chimico fra gli aminoacidi provocando la
perdita di elasticità della fibrilla ed alterando la risposta meccanica
agli stress. La tensione delle fibre anulari è legata alla pressione
interna idrodinamica del nucleo.
Quando, in ragione delle modificazioni
caratteristiche dell'età e del "lavoro" cui i dischi sono chiamati, le
caratteristiche chimiche e, conseguentemente fisiche, del nucleo
polposo (incomprimibilità) e dell'anulus fibroso (assorbimento
circonferenziale) vengono meno, ne consegue che la sua capacità di
assorbimento dei carichi diminuisce. I vettori di compressione si
"assiepano" nei punti a minore resistenza dell'anulus, rompendone le
lamelle che lo compongono e consentendo al materiale del nucelo polposo
di estrudere (erniare) (Fig. 2, 3).
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| Fig. 2 - 3 |
Appare cioè del tutto evidente che l'erniazione del nucleo polposo del
disco (la così detta ernia discale) rappresenta una possibile
conseguenza della degenerazione progressiva del disco intervertebrale;
questo concetto va chiaramente ricordato, quando parleremo del
trattamento chirurgico dell'ernia discale.
Con la progressiva alterazione delle caratteristiche
fisiche del disco intervertebrale anche gli altri elementi anatomici,
che permettono (ed allo stesso tempo limitano) il movimento tra due
vertebre vicine (apofisi articolari degli archi posteriori; ligamenti),
sono chiamati a svolgere un ruolo che potremmo definire di
compensazione (vicariante), con conseguenti alterazioni degenerative
precoci (anch'esse causate quindi da un particolare tipo di
sovraccarico), ipertrofia e quindi restringimento degli spazi assegnati
alle radici (incongruenza vertebro - radicolare, restringimento dei
diametri del canale vertebrale, conflitto vertebro - radicolare).
Tali alterazioni degenerative, pur presenti in tutti i tratti del
rachide, appaiono più frequentemente nei tratti (cervicale e lombare)
ove il movimento è maggiormente rappresentato.
La compressione, da parte del nucleo polposo erniato, di una radice nervosa, causa un sintomo ben noto, che va sotto il nome di sciatica. Il dolore urente, grave e a volte paralizzante caratteristico è ben noto sin dai tempi antichi.
La
prima descrizione della sciatica si trova nell'Antico Testamento
(Genesi, 32, 12) ove è descritta la lotta tra Giacobbe e l'Angelo
("..vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del
femore...per questo il Popolo di Israele fino ad oggi non mangia il
nervo sciatico, perchè Quegli aveva colpito l'articolazione del femore
di Giacobbe nel nervo sciatico").
Una delle prime descrizioni approfondite della sciatica si deve a Domenico Cotugno - Medico Napoletano - che nel '700 diede alle stampe un ponderoso volume intitolato "De Ischiade Nervosa". E' però necessario giungere alla seconda metà dello scorso secolo perchè fosse accettato il rapporto causale tra ernia discale lombare e sciatica.
La compressione si estrinseca sul piano clinico in
ragione delle alterazioni della funzione della radice nervosa compressa
e compromessa. In pratica si assiste a variazioni della sensibilità e
della motilità. All'interno di una radice nervosa vi sono infatti due
differenti gruppi di fibre nervose (i fili, per dirla in termini
semplici, che conducono l'impulso elettrico). Essi sono fibre sensitive
e fibre motorie. Le prime conducono verso il "centro" (midollo spinale
ed encefalo) gli stimoli sensitivi (caldo-freddo; pressione; dolore;
etc.) generati dai recettori periferici; le seconde conducono in
periferia (ai muscoli) gli stimoli atti a produrre contrazione (e
quindi movimento). Ne consegue che le alterazioni della funzione
radicolare potranno produrre alterazione delle capacità di contrazione
muscolare (ipotonia; ipotrofia; paralisi dei gruppi muscolari
tributari) e/o alterazioni della sensibilità (parestesia; disestesia,
cioè sensazione dolorosa; anestesia). In realtà il meccanismo con cui
tali sintomi compaiono è ben più complesso della mera compressione,
poiché entrano in gioco vari meccanismi biochimici, tutti facenti parte
del complesso meccanisno dell'infiammazione.
Il paziente riferirà il dolore irradiato
(all'arto inferiore in caso ad esempio di compressione di una delle
radici nervose che compongono il nervo sciatico) lungo una ben precisa
fascia cutanea della coscia, della gamba e del piede) innervata dalla
radice interessata (Fig. 4). Un'accurato esame clinico (che valuti la
forza dei vari gruppi muscolari e la sensibilità delle diverse zone
cutanee dell'arto inferiore) potranno quindi indirizzare (assieme alla
ricerca di altri segni, come l'eventuale alterazione dei riflessi
osteo-tendinei) verso una diagnosi - almeno presuntiva - di livello
(quale è la radice nervosa interessata dal processo patologico, e
conseguentemente quale livello vertebrale va indagato).
L'esame clinico rivela dei segni peculiari quali il segno di Lasègue e la scoliosi antalgica. La manovra di Lasègue (flessione dell'arto inferiore esteso a paziente supino) (Fig. 6) produce uno stiramento del plesso ischiatico, il quale, se irritato dall'ernia, produce vivissimo dolore, solo dopo pochi gradi di flessione. Altro segno clinico apprezzabile di frequente è la così detta scoliosi antalgica (Fig. 5). Il tronco del paziente appare deviato e la colonna vertebrale presenta una deviazione laterale (scoliosi). Questo atteggiamento antalgico, non volontario e non correggibile da parte del paziente, è causato dalla presenza dell'ernia discale ed è assunto allo scopo di diminuire la compressione della radice nervosa da parte dell'ernia e quindi il dolore. Qualora l'esame clinico ne riveli la necessità, è indicata l'esecuzione di accertamenti strumentali di approfondimento quali TAC, Risonanza Magnetica Nucleare ed Elettro MioGrafia (su codesti accertamenti non ci soffermeremo in questa sede), i quali però non debbono precedere (o prescindere) dall'esame radiografico tradizionale, ancor'oggi certamente indispensabile, poiché in grado di svelare altre cause che possono essere responsabili di dolore lombare ed irradiato.
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| Fig. 4 |
Fig. 5 |
Fig. 6 |
Trattamento
Mixer e Barr 1936 descrissero per primi il quadro
clinico e la Storia Naturale proprie della compressione radicolare da
parte del disco intervertebrale erniato e sottolinearono come ad un
primo periodo di tempo (di lunghezza variabile tra 3 e 6 settimane)
caratterizzato da dolore (più o meno intenso) succedesse una seconda
fase in cui la sintomatologia dolorosa si attenuava, per poi
scomparire, lasciando il posto ai sintomi del deficit neurologico
(diminuzione della forza muscolare dei muscoli innervati dalla radice
compressa).
In quegli anni non vi era un generale consenso sul rapporto causale tra
ernia discale e sciatalgia, anzi tale relazione era dai più negata. Il
trattamento chirurgico dell'ernia del disco lombare iniziò infatti,
nella seconda metà degli anni quaranta, negli Stati Uniti.
La rimozione chirurgica del frammento discale erniato risolve la
compressione ed elimina il materiale che innesca il processo
infiammatorio (che coinvolge la radice) responsabile della
sintomatologia dolorosa.
Le tecniche chirurgiche si sono ovviamente raffinate negli anni ed oggi
la così detta tecnica microscopica (proposta da Caspar) è la tecnica di
utilizzo routinario.
Si è parlato molto, nel decennio scorso, di tecniche meno invasive quali la nucleoaspirazione e la chemonucleolisi.
Queste tecniche si basano sul principio di "svuotare" il nucleo polposo
del disco intervertebrale (sia con mezzi fisici che chimici) allo scopo
di ridurne il volume e quindi, indirettamente, la compressione sulle
strutture nervose.
Dopo iniziali entusiasmi (che spesso accompagnano proposte terapeutiche
innovative), l'accumularsi dell'esperienza ha portato a ridurne
drasticamente l'utilizzo, pornendo delle indicazioni molto ristrette
(tanto ristrette, a nostro vedere, da rendere queste indicazioni di
fatto nulle). Tale asserzione è confortata da un principio generale di
valutazione sulle terapie adottate (qualsivoglia esse siano); esse
devono infatti migliorare l'evoluzione spontanea della malattia (la
storia naturale). Se così non è dimostrabile non è dato parlare di
terapia.
Analoghe valutazioni vanno, a nostro avviso, fatte per altri trattamenti definibili come "alternativi" quali la discolisi, l'ossigeno ozonoterapia o la periduroscopia.
A nostro giudizio, di fronte ad una sintomatologia acuta con diagnosi accertata (clinica e strumentale) di ernia del disco lombare, si dovrà dapprima instaurare un trattamento conservativo (riposo, farmaci antiinfiammatori, corsetto ortopedico) e solo in un secondo tempo, qualora la sintomatologia non dia segno di recessione, si potrà mettere in campo l'opzione chirurgica. Una sola eccezione va fatta a questo comportamento, ed è legata alla evidenza (clinica od ElettroMioGrafica) di un deficit grave della funzione radicolare; in questi casi una pronta azione chirurgica potrà, decomprimendo la radice, non solo risolvere la sintomatologia dolorosa ma anche consentire il ripristino della funzione nervosa alterata.
E' opportuno spiegare il ruolo e l'importanza dell'ElettroMioGrafia.
Questo
esame viene eseguito impiantando dei piccoli aghi lungo l'arto
inferiore interessato allo scopo di registrare i potenziali elettrici
inviati, lungo le radici nervose, ai muscoli per la loro contrazione.
La compressione (e lo stato infiammatorio che ne consegue) alterano le
capacità di conduzione degli stimoli elettrici lungo i funicoli
contenuti nella radice, e quindi alterano le caratteristiche elettriche
di detti impulsi. La registrazione di tali alterazioni consente una
valutazione quantitativa del danno radicolare e consente anche di
stabilire se tale danno sia recente o di vecchia data. Ne discende che,
di fronte ad un danno grave e recente, divenga impellente la necessità
di risolvere la compressione e quindi l'indicazione alla sua rimozione
chirurgica.